Giornalismo e titolazioni
I titoli di giornale nel cinema e nella realtà del giornalismo
Giorni fa, leggendo il libro di Nico Perrone intitolato “La profezia di Sciascia“, nel quale, attraverso una conversazione e quattro lettere, viene fatto un ritratto di Leonardo Sciascia inquadrato tra mondo del giornalismo e mondo politico. Parlando di Leonardo Sciascia e giornalismo l’autore ha affrontato, tra gli altri, il “pasticciaccio brutto“, rubando una parte del titolo di un famoso romanzo di Carlo Emilio Gadda, dell’isolamento nel quale venne relegato lo scrittore di Racalmuto per via di un articolo che uscì con la sua firma sul principale quotidiano nazionale all’epoca (e non solo) ossia “Il Corriere della Sera“, articolo intitolato “I professionisti dell’antimafia“. Questo articolo suscitò, in larghissima parte del mondo del giornalismo, un enorme scandalo soprattutto perché, nel periodo in cui uscì, forte era l’appoggio e la fama di cui godevano i giudici impegnati nel contrasto della mafia. L’autore del volume sottolinea però come i giornalisti che attaccarono Sciascia per quel titolo considerato, nel migliore dei casi, sconsiderato avessero trascurato un fatto che avrebbe dovuto essere a loro ben noto, ovvero che i titoli degli articoli dei quotidiani non erano dati dagli autori degli articoli stessi ma da altri soggetti che all’interno del quotidiano operavano e che erano preposti proprio al compito di titolare articoli e servizi.
Questa considerazione mi ha subito riportato alla mente una scena di uno dei miei film preferiti. Il film in questione è “Prima pagina” di Billy Wilder con, in qualità di protagonisti principali, Walter Matthau, che nel film veste i panni del direttore di un quotidiano americano e Jack Lemmon, il quale, invece, interpreta il ruolo del giornalista di punta di quel quotidiano, che annuncia, proprio alla vigilia di un evento di capitale importanza per il quotidiano, l’impiccagione di un uomo condannato per l’uccisione di un poliziotto, di volersi dimettere per convolare a nozze e poi ritirarsi a fare l’agente assicurativo nella compagnia diretta dal futuro suocero. Tralascio di svelarvi oltre lo svolgimento della vicenda invitandovi, nel caso foste curiosi di saperne di più, a procurarvi una copia del film e a gustarvelo. Voglio però sottolineare una scena del film alla quale, per altro, ho fatto cenno poco fa. Si tratta della scena nella quale A Walter Matthau, un Walter Matthau assai in ambasce in quanto non è ancora riuscito a contattare il proprio corrispondente Jack Lemmon, vengono portati da visionare e, se possibile (cosa che non sarà), alcune varianti del titolo che dovrà aprire l’edizione che conterrà la cronaca dell’impiccagione programmata per l’indomani. Si tratta di titoli stampati sul pagine bianche fatta salva l’intestazione del giornale, sotto i quali vi sono gli spazi per le foto e gli articoli che poi verranno battuti dai vari cronisti e corrispondenti.
Il film è una satira piuttosto feroce e sulla pena capitale e sul mondo del giornalismo ma anche sugli interessi che muovono verso certe decisioni. In questo caso viene sospettato un certo interesse politico da parte del sindaco e dello sceriffo i quali sono stati mossi dalla chimera della rielezione alle proprie cariche. Un film da vedere e sul quale meditare oltre che un film che farà passare novanta minuti o giù di lì di allegria grazie alla bravura di Lemmon e Matthau di condire le propria recitazione con lampi di umorismo e a tratti di comicità.
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